LA MONTAGNA NASCOSTA

A NORD DI TRENTO – A SUD DI BOLZANO

26.11 – 11.12 2016
SALORNO
Palazzo An der Lan
Piazza S. Andrea 3
Foto di Luca Chistè, Ivo Corrà, Francesca Padovan, Heinrich Wegmann
Video di Michele Trentini

Sabato 26 novembre, ore 11.00 – Inaugurazione Mostra
Venerdì 2 dicembre, ore 17.00 – Presentazione dell’indagine

INVITO

Riepilogo del seminario di Antasb tenutosi il 3 Dicembre 2015 a Trento presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale

PAESAGGI UMANI E SPAZI ALPINI. RAPPRESENTARE E ABITARE TERRE DI MEZZO

Il seminario “Paesaggi umani e spazi alpini. Rappresentare e abitare terre di mezzo”, si è tenuto il 3 Dicembre 2015 a Trento presso il dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale. L’obiettivo del seminario era di analizzare l’abitare “le terre di mezzo” da una pluralità di prospettive. A questo proposito sono intervenuti esperti di diversi settori. In particolare hanno esposto una relazione sul tema proposto: Cristiana Mattiucci, professoressa del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Vittorio Curzel, psicologo e registra, Enrico Pedri, storico e architetto, e Angela Alaimo, geografa umana dell’Università di Trento. Da questi interventi è scaturito un interessante dibattito tra i relatori e i partecipanti al seminario sui concetti di confine, identità e paesaggio.

Di seguito potete trovare i diversi interventi dei relatori:

Sguardi divergenti: le terre di mezzo tra locale e globale

Intervento di Angela Alaimo al seminario Antasb, tenutosi presso il dipartimento di sociologia il 3 dicembre 2015

 

E’ molto interessante per me parlare dopo tutti gli interventi che sono stati fatti. Avevo deciso di iniziare l’intervento con qualche spunto di geografia classica, che quindi racconta il territorio partendo dalle sue rappresentazioni. Tuttavia, siccome è già stato fato abbondantemente durante il corso di questo seminario passerò alla parte centrale del mio intervento.

Quando sono stata invitata a questo seminario, ho tentato di soffermare le mie riflessioni sulle parole chiave che ho visto nel titolo: “rappresentare e abitare terre di mezzo”. Ho quindi pensato, essendo anche l’ultima a parlare e considerando anche la stanchezza del pubblico, di partire dalla mia esperienza. Scelta che mi ha permesso di riflettere su come si costruiscono le rappresentazioni a partire dall’abitare un territorio particolare (tema fondamentale per un geografo). Io, infatti, sono trentina da relativamente poco, quasi tre anni ormai. Sono stata molto colpita dalle prime impressioni che ho avuto nel venire ad abitare in questo territorio. Dicevo sempre che “vivevo in Italia ma anche non Italia”, nel senso che avevo sempre all’inizio dei rimandi dal territorio sulla mia affermazione. Vi faccio qualche esempio banale per chi è trentino, anche se forse non risultano tali perché magari essendoci dentro non ci si è mai fatto caso, riprendendo la riflessione fatta prima da Vittorio Curzel sul come cambiano le rappresentazioni stando dentro o fuori un contesto. La prima volta che ho capito che ero “in Italia ma anche non Italia” è stato quando ci sono state le elezioni comunali a Rovereto, il mio comune di residenza dal 2013, e io non ho potuto votare perché non avevo ancora raggiunto i due anni di residenza, necessari per avere il diritto di voto. Un altro esempio è quando non ho potuto accedere ad alcune mediche particolari proprio per lo stesso motivo. Allora mi sono chiesta dove sono ero andata a vivere: ero in Italia o no? Un altro aneddoto è quando sono andata in ufficio comunale per chiedere la residenza e l’impiegata mi chiese se ero certa che mi dessero la residenza, io, cittadina italiana, non vedevo il problema. Queste esperienze mi hanno fatto riflettere tanto, sia come persona sia come geografa. Ho infine capito che la questione era legata al fatto che prima era un sistema completamente diverso rispetto a quello di oggi e quindi era necessario avere una persona che garantisse la residenza. Per fare una similitudine è quello che sta succedendo oggi in Italia con gli extra-comunitari.

Quindi tutto quello che mi è successo mi ha fatto capire che quel pensare “vado a vivere in Trentino-Altoadige” aveva un senso completamente diverso da quello che mi aspettavo. Come prima cosa ho scoperto che il Trentino-Altoadige non esisteva, esisteva un Trentino e un Altoadige che per alcune cose dialogano ma per altre no. Secondo me, spesso è più il tentativo di costruire una rappresentazione di un dialogo che qualcosa di concreto, almeno da quello che ho visto nella mia esperienza.

A partire quindi dalla mia esperienza mi sono accorta che ero in un territorio particolare e che valeva la pena riflettere su questo. Sono inoltre contenta di poter ragionare su questi temi perché parte del mio lavoro da geografa è studiare le rappresentazioni. Mi preme quindi spiegare cos’è una rappresentazione per la geografia, per dare in questo modo un inquadramento geografico ai temi trattati oggi. La rappresentazione è una riduzione, è la costruzione di una storia che mostra alcune cose ma ne nasconde altre. La carta geografica per esempio è una rappresentazione. Mi piace molto una metafora usata per spiegare la lettura delle rappresentazioni e quindi il lavoro del geografo. La metafora sostiene che il geografo svolge un lavoro simile a quello del pasticcere. Quest’ultimo, quando deve fare una torta, forma diversi strati che messi insieme creano un’unica torta. Il geografo fa un lavoro simile a quello del pasticcere perché deve capire le diverse rappresentazioni (gli strati) che formano un territorio (la torta). La rappresentazioni dunque sono fortemente ideologiche, non sono puramente descrittive, perché strati diverse creano torte diverse. Per questo è molto interessante indagare le rappresentazioni che un territorio dà di sé.

E’ necessario evidenziare che l’uomo ha bisogno di rappresentare se stesso e il suo mondo, ma l’evoluzione e il cambiamento di quest’ultimo procedono più veloce della costruzione delle rappresentazioni. Spesso quindi quando l’uomo crea la rappresentazione del suo territorio, quest’ultimo già non esiste più. Questo è il dramma di chi lavora con le rappresentazioni, perché lavora con qualcosa che non esiste più. Prima però di dirvi la mia conclusione, devo spiegarvi cosa un geografo intende quando parla di “territorio”. Vi riporto la definizione di Sack, che secondo me è la più efficace.

“Consider an outdoor social history museum. It is a place that attempts to display how life was lived in some specified period and place in the past. Museum visitors are subject to a series of rules about what they are and are not permitted to touch, where they may walk, what they may eat, when they may enter, and when they must leave. Another set of rules applies to museum employees. And yet other rules apply to what artifacts should and should not be exhibited in this place and where. The museum could not exist without such rules, which receive authority from the force of custom and from local, state, and federal laws and statutes. Rules about what is and is not to be in place—territorial rules or territoriality— pertain not only to the museum but also to every place that can be imagined”.

Quello che volevo dire con questa definizione è che non possiamo continuare a pensare ai territori come entità isolate. Ogni territorio vive di una dinamica complessa che va analizzata a livello trans-scalare. Pensate solo alla nostra vita, noi viviamo a Trento o a Bolzano ma fatti che accadono a migliaia di kilometri di distanza si ripercuotono nelle nostre vite. Allora la provocazione che vorrei lanciare per concludere il mio incontro è perché continuiamo a rappresentare il territorio come una scatola chiusa e abbiamo bisogno di una linea che demarchi, concetto di cui si è parlato negli interventi precedenti?

Oggi il confine-linea non esiste più perché le dinamiche che ci coinvolgono sono troppo complesse. Siamo attraversati da una molteplicità di confini per questo la rappresentazione confine-linea non può più sussistere. Oggi la rappresentazione più adatta è un confine-puntiforme, poiché la spazialità non può più essere compresa solo dalla dimensione locale. Dobbiamo dunque pensare alla terra di mezzo che abitiamo, quella tra Trento e Bolzano, a livello trans-scalare, con tutte le conseguenze che ne conseguono.

 

 

Ecotoni, confini, frontiere. Iconografie della somiglianza e della differenza

Intervento di Vittorio Curzel al seminario di Antasb, tenutosi il 3 dicembre 2015 presso il dipartimento di sociologia a Trento

 Negli ultimi anni ha fatto principalmente ricerca sui modelli di sviluppo in relazione all’appartenenza identitaria, con particolare attenzione all’arco alpino e al Trenti-AltoAdige. Facendo ricerca su questi temi il concetto di confine mi è molto famigliare, essendo la nostra regione un territorio di confine su più livelli, amministrativo, linguistico e culturale. Il confine tra Trentino e Alto-Adige comporta delle differenze sociali, culturali e ambientali, nonostante il territorio sia molto simile tra le due provincie. Si può vedere questa caratteristica per esempio nelle politiche sulla sostenibilità che hanno portato avanti le due provincie.

Osservando queste differenze mi sono fatto delle domande: che cos’è un confine? Qual è il suo significato? Perché una comunità decide di porre un confine? Sulla base di quali elementi decide di porlo in un punto preciso? E’ sufficiente che un confine sia segnato sulla carta o serve qualcos’altro? Forse sono domande retoriche e banali, ma le risposte non lo sono altrettanto.

L’idea del confine è antichissima e nasce per distinguere il nostro territorio da quello degli altri. Distinzione che scaturisce dalla necessità di usufruire con continuità e possibilmente in maniera esclusiva delle risorse che si trovano all’interno del mio territorio. Da questo discende che l’esclusività territoriale è tanto più marcata da quanto la comunità territoriale riesce a controllare il proprio confine ma anche da quanto il territorio incluso nel confine riesce a soddisfare le esigenze degli abitanti, così che questi non siano costretti a uscire in territori esterni. Se si deve uscire all’esterno, il confine perde valore e si vengono a formare momenti di solidarietà perché se io vado nel territorio di altri devono permettere a persone non appartenenti alla mia comunità di poter fare lo stesso con il mio territorio. La montagna alpina da questo punto di vista offre esempi significativi. Il confine del maso, per esempio, è assai definito, mentre i confini di proprietà sulle alture lo sono pochissimo, tanto che si parla di proprietà collettive delle malghe e dei boschi, che erano indispensabili per la sopravvivenza.

Un altro significato, che mi pareva interessante riguardo al tema del confine, è il confine come contenitore semantico. Se si pensa all’origine della città, l’idea confine nasce anche per separare quello che si fa dentro le mura da quello che si fa fuori le mura, è dunque un confine che indica stili di vita e visioni del mondo diversi. La separazione del dentro dal fuori (dalle mura) è un’idea fondamentale dall’epoca rinascimentale, che indica anche la differenza tra il simile (tutto ciò che sta dentro) e il dissimile (tutto ciò che sta fuori). Il simile indica l’aver in comune un’identità, che significa raggruppare tutto ciò che è simile per opporlo a ciò che è dissimile. Il concetto di identità contiene dunque al suo interno un potenziale conflitto.

Questi argomenti ci introducono a una riflessione sul confine “naturale”, come per esempio vengono considerate le Alpi. Tuttavia un confine non può essere naturale, poiché, come abbiamo già visto, è la comunità che lo pone, in base a diversi fattori, come per esempio la tradizione, gli usi del territorio e le caratteristiche geomorfologiche. Un confine dunque non può essere naturale perché non esistono confini già definiti.

Tornando invece al confine come contenitore semantico, vorrei portare a una riflessione su come un confine linguistico possa essere un confine che segna una diversa visione del mondo. Pensate per esempio alla differenza che intercorre tra il significato della parola italiana “abitare” e il corrispettivo tedesco “wohnen”. L’etimologia latina del verbo italiano rimanda al possesso, mentre il corrispettivo tedesco indica semplicemente lo stare in un luogo. Pensate anche le differenze che intercorrono tra il concetto di “patria” e quello di “heimat”. Il linguaggio è fondamentale perché costruisce le mappe mentali del territorio e quindi fornisce le priorità di fruizione e di esplorazione.

A questo punto mi sono chiesto cosa possa succedere quando due comunità con culture e linguaggi diversi condividono lo stesso territorio. Vivendo nel Trentino-AltoAdige, siamo avvantaggiati nel rispondere a questa domanda. La nostra storia ci insegna che, anche se ci sono stati periodi in scontri, in cui una cultura ha provato a prevalere su un’altra, come per esempio durante il fascismo, le pratiche di convivenza nel luogo periodo permettono l’opportunità di scambiarsi delle proprie mappe mentali. I due mondi del nostro territorio, da una parte per necessità dall’altra per virtù, hanno imparato a scambiarsi le proprie mappe mentali, apprendendo gli uni dagli altri.

Per sintetizzare tutto quello che si è detto finora, si potrebbe sostenere che, laddove le culture vivono l’una accanto all’altra, i paesaggio umani incominciano a somigliare agli ecotoni, che in natura indicano le fasce di grande biodiversità, per esempio tra il bosco e il prato. Negli ecotoni vivono sia specie di una parte e dell’altra sia specie tipiche degli ecotoni. Queste fasce di biodiversità sono indispensabili alla vita perché avviene il collegamenti tra ambiente omogenei al loro interno ma diversi tra di loro. Lo stesso vale per gli ecotoni umani, come si possono trovare lungo tutto l’arco alpino, poiché in essi, grazie alla diversità, possono nascere innovazioni sociali e nuovi modelli di sviluppo.

Intervento Roland Lazzeri, Sindaco di Salorno

Di seguito riportiamo la trascrizione dell’intervento, tenutosi il 7 novembre 2015 a Gardolo per il seminario di Antasb  “Paesaggi del welfare e spazio pubblico. Progettare luoghi, costruire convivenze”

Sarò molto breve. Voglio solamente portare qualche breve testimonianza proveniente dalla mia cittadina. Salorno è il primo o l’ultimo paese dell’alto Adige a seconda dei punti di vista. Salorno è al confine linguistico e amministrativo tra le due province, con una lunga storia e grande traduzione. Quando parlo di confine intendo qualcosa che si sposta con la storia e le usanze del territorio, come sostiene Annibale Salsa. Il confine è diverso da una barriera che invece è fissa e immobile.

Salorno è un comune abbastanza grande per il trentino con circa 4000 abitanti, dei quali due terzi sono di madre lingua italiana e un terzo di madre lingua tedesca. Negli ultimi ani inoltre c’è stato un grande afflusso di extra-comunitari. Oggi siamo il secondo paese dell’Alto-Adige con la percentuale più alta di extra-comunitari, sono circa il 22%. Cifra molto alta se si pensa al numero di abitanti del comune e che ha comportato diverse problematiche, anche riguardanti gli spazi. Per farvi un esempio, Salorno ha diverse piazze, come tutti i comuni. La più grande è piazza municipio, che è vicina alla chiesa e alle scuole. La piazza è molto ampia ma amorfa, inoltre non ci sono spazi verdi e panchine. Le persone quindi non sono invogliate a fermarsi. Io e la mia amministrazione, che abbiamo iniziato a lavorare cinque mesi fa, abbiamo bandito un concorso di idee per cercare di dare vita a questa piazza perché altrimenti, pur essendo una bella piazza, non è viva, non raggiungendo quello che secondo me è l’obiettivo principale di una piazza, essere cioè uno spazio per i cittadini.

Molto vicino a piazza municipio c’è la piazza Cesare Battisti, in gergo viene chiamata piazza di mezzo, la quale è molto piccola ma ha diverse panchine, una fontana e del verde. In questa piazza, a differenza che in piazza municipio, la gente si ferma e così possiamo notare un altro problema della nostra cittadina. Le nostre persone non hanno voglia di vivere la piazza, a differenza degli extra-comunitari che invece hanno voglia di contrarsi e usare la piazza come luogo d’incontro. E’ un peccato che non sia lo stesso per i vecchi abitanti di Salorno. Far tornare la voglia di incontrarsi in piazza a tutta la cittadinanza è un obiettivo della nostra amministrazione.

Un altro progetto che stiamo portando avanti è la costruzione di una nuova sala polifunzionale per il quale è stato fatto un concorso di idee, vinto da dei progettisti di Bolzano. Il nostro obiettivo è creare qualcosa di bello, dove le persone avranno voglia di andare e incontrarsi. La sala polifunzionale potrà svolgere anche da teatro, trasformandosi in teatro all’aperto durante l’estate.

Riguardo la popolazione degli extra-comunitari, noi diamo grande importanza alla scuola e quello che li gravita intorno e crediamo che sia il principale strumento di integrazione. Purtroppo però gli spazi della scuola sono sempre più limitati ma noi cercheremo di non farli mai mancare a nessuno.

Ecco questi sono alcuni punti di cui vi volevo parlare. Vi ringrazio per l’attenzione. Buona serata.

 

 

 

Intervento di Michele Andreatta

Il valore dello spazio

Di seguito riportiamo la trascrizione dell’intervento, tenutosi il 7 novembre 2015 a Gardolo per il seminario di Antasb  “Paesaggi del welfare e spazio pubblico. Progettare luoghi, costruire convivenze”

Quando mi chiesero di partecipare a questo seminario la
prima cosa che ci chiedemmo io e i miei colleghi dell’associazione Campomarzio fu cosa dire dello spazio pubblico contemporaneo in qualità di architetti progettisti? Cosa intendiamo per spazio pubblico e che valore possiamo dargli? Ecco perché abbiamo intitolato l’intervento il “valore dello spazio”.

Ci siamo subito resi conto che intendiamo lo spazio pbblico come spazio di relazioni, spazio comune nel quale noi cittadini interagiamo e intessiamo relazioni. Da questa prospettiva per noi lo spazio pubblico è molto interessante perché vuol dire che dietro un progetto architettonico c’è l’obiettivo di creare uno spazio di relazione. Questo vale per quasi tutti i progetti architettonici, per esempio la costruzione di una casa e del suo salotto, il primo spazio pubblico che incontriamo ogni giorno. Noi facciamo progetti pensando all’uomo come lo definiva Aristotele, cioè come un animale sociale. In questo senso noi non vediamo differenze tra un progetto architettonico e uno urbanistico, per noi sono due entità della stessa disciplina perché entrambi hanno l’obiettivo di creare spazi relazionali.schermata-2016-09-27-alle-12-14-57

Adesso vi presenterò una serie di progetti, che inizialmente non furono pensati come spazi relazionali ma che lo diventarono in seguito. Il primo progetto è la progettazione della nuova sede dell’Economist a Londra di Alison e Peter Smithsons del 1959. L’idea dei due architetti non fu realizzare banalmente un edificio ma scomporre l’edificio in più elementi all’interno dello stesso lotto, sfruttando l’altezza degli edifici. In questo modo crearono spazi interstiziali, che erano a misura d’uomo, che erano soprattutto separati dal traffico caotico di Londra e che si trasformarono in spazio pubblico (come si può vedere nella foto). Il tema dello spazio pubblico era un tema molto sentito dai due architetti.

Un altro progetto è quello di Aldo Van Eyck che venne incaricato nel secondo dopoguerra dal dipartimento di lavori pubblici di Amsterdam di realizzare qualcosa per colmare i vuoti della città causati dai bombardamenti. L’architetto olandese propose di costruire una serie di parchi giochi. Fu così che dagli anni ’40 agli anni ’70 vennero costruiti circa 700 parchi giochi. I parchi giochi erano semplicissimi a causa dei pochi fondi che si avevano alla fine della seconda guerra mondiale, ma trasformarono i vecchi spazi vuoti e abbandonati in spazi relazionali e vitali per la città.

Cambiamo luogo e periodo e presentiamo il progetto di Galfetti che vinse il concorso per la progettazione delle piscine pubbliche di Bellinzona negli anni ’70. Il progetto riuscì a vincere il bando grazie a un’idea molto semplice ma anche forte. Dovevano realizzare le piscine in un’area marginale, situata tra la città e il fiume (che non erano mai stati collegati) e separata dal centro storico da una strada ad alta viabilità che creava una forte barriera. L’idea è quindi quella di costruire le piscine intorno a un asse che assuma anche la funzione di passerella pedonale per congiungere la città e il fiume. La costruzione di una piscina diventa così l’occasione per la creazione di uno spazio pubblico per la città, che acquista un collegamento con il fiume che la strada ad alta viabilità aveva negato.

Passiamo ora a un progetto degli anni 2000. Siamo a Leiria, una piccola cittadina del Portogallo, la quale aveva subito un forte spopolamento. Il centro storico, il cui fulcro era il castello, così nonostante fosse molto denso era poco abitato. In questo contesto Byme viene incaricato di progettare un centro civico. Byme non si limita a realizzare un edificio ma progetta anche una piccola piazza, scomponendo l’edificio in due (per le foto vedi slide caricate in fondo alla pagina).

L’ultimo progetto è un progetto che abbiamo fatto noi dell’associazione Campomarzio per la ristrutturazione della galleria civica di Trento, nel quale abbiamo sfruttato la costruzione di spazi espositivi per creare spazio pubblico. Abbiamo così creato un passaggio pubblico che attraversasse la galleria sullo stile che gli Smithsons avevano usato per la sede dell’Economist.

Credo che tutti questi progetti presentati esprimano la necessità di restituire centralità e senso allo spazio, componente fondamentale dell’uomo. Concludo quindi con una citazione di Le Corbusier “Prendere possesso dello spazio
 è il primo gesto dei viventi, degli uomini, degli animali, delle piante e delle nuvole. Manifestazione fondamentale di equilibrio per necessità di sicurezza e di durata. Acquisizione di tranquillità e di esistenza. Essere. Essere è occupare lo spazio
”.

 

Intervento di Stefano Munarin

Intervento di Stefano Munarin, professore associato dell’Università IUAV di Venezia, che espone la sua ricerca “Spazi del Welfare”, scritta insieme a Maria Chiara Tosi

Di seguito riportiamo la trascrizione dell’intervento, tenutosi il 7 novembre 2015 a Gardolo per il seminario di Antasb  “Paesaggi del welfare e spazio pubblico. Progettare luoghi, costruire convivenze”

Venendo qua, oggi, mi sono chiesto “Cosa posso andare a insegnare a Trento e Bolzano, città che hanno già un welfare molto avanzato?”. Poi mi sono detto che sul tema del welfare non c’è da insegnare ma da discutere. Sono dunque qui perché trovo importante discutere di welfare, soprattutto oggi, che stiamo vivendo un momento di trasformazione epocale in cui il concetto di crisi travalica il concetto di crisi economica e invade altri campi, come quello antropologico. Per esempio, si entra in relazione con nuovi soggetti che compaiono e trasformano la città.

Oggi dunque non voglio fare una lezione ma una discussione su alcuni temi fondamentali riguardanti il welfare. In particolare vi mostrerò il resoconto di un’esperienza di ricerca sugli spazi del welfare che abbiamo condotto io e Maria Chiara Tosi. Uso il termine spazi del welfare perché gli urbanisti lo devono usare da altri studiosi che studiano il welfare, come per esempio i sociologi. Inoltre occorre evidenziare le politiche di welfare comportano la creazione di spazi che spesso non sono oggetto di ricerca e che possono essere studiate solo dagli urbanisti e dagli architetti. Parlerò dunque di welfare in termini allargati, includendone gli spazi.

L’obiettivo della nostra ricerca era difendere il welfare. Nel 2007 e nel 2008, ma che negli anni successivi, sembrava che il welfare fosse solo una voce di spesa da tagliare che includeva principalmente pensioni, sanità e scuola. Di fronte a questa retorica politica, io e Maria Chiara Tosi sostenevamo che il welfare non è solo una voce di spesa ma per gli urbanisti, ma anche per i cittadini, è qualcosa di più ampio, come per esempio uno strumento per stare bene nella città e quindi un investimento per la comunità.

Abbiamo così iniziato la ricerca partendo da tre input. Il primo è che negli anni 2007 e 2008 stavamo concludendo la redazione del Prg di Ferrara, città ricca di spazi del welfare. Dove sembrava non esserci il problema degli spazi del welfare, anzi ce n’era in abbondanza. Nonostante questo, attraverso le nostre ricerche sul campo, registravamo una sorta di generale sensazione di fatica nel vivere la città. I servizi e gli spazi c’erano tutti ma sembrava mancasse qualcosa, era come se nonostante ci fossero tutti gli ingredienti, la torta non si riuscisse a fare. E’ così che abbiamo cominciato a riflettere su un’ipotesi della ricerca: gli spazi c’erano ma sembrava mancasse qualcosa che li unisse. La percezione degli abitanti era così che la città mettesse in difficoltà le pratiche quotidiane: uscire di casa voleva dire faticare nella città (fare la spesa, portare il bimbo a scuola, ecc..). Ecco dunque una questione che più tardi analizzeremo. Ora invece parliamo del secondo input. Maria Chiara Tosi, oltre a essere la mia collega di ricerca, è anche la mia compagna e durante il soggiorno a Ferrara nacque nostro figlio. Fu così che iniziammo a guardare la città con occhi diversi, senza che ce ne accorgessimo inizialmente. Poi, quando ce ne siamo accorti, abbiamo cercato di sfruttare l’occasione per guardare la città anche dal punto di vista del bambino. Ci siamo così accorti che i nuovi luoghi che si praticano con un figlio (pediatra, asilo, parco, ospedale, biblioteca, ecc…) fossero da una parte faticosi ma dall’altra estremamente vitali. Luoghi dove i nuovi arrivati imparavano ed essere cittadini italiani. Per esempio: le coppie straniere extra-comunitarie imparavano ad andare dal pediatra a vaccinare il proprio figlio, cosa completamente nuova per loro. Ci siamo così accorti che nella città ci sono molti luoghi pubblici nel senso letterale del termine (pagati cioè noi con le nostre tasse) e che sono luoghi (come la scuola, la bocciofila, la biblioteca, ecc) che non sono del consumo ma che sono fondamentali per la creazione della cittadinanza. Il terzo input è stata la crisi e la visione del welfare esclusivamente come voce di spesa. La nostra ricerca voleva salvare la   w, che nel 2007/08 sembrava essere una parola del passato. Per noi invece andava ripresa in mano e rivalorizzata. Secondo noi la parola welfare poteva fornire ancora degli spunti per il futuro diverso e migliore delle nostre città.

Abbiamo così iniziato la ricerca, tenendo conto anche di diverse altre sensazioni. Una era quella dell’identità europea, di cui si discuteva e si continua a discutere molto. Abbiamo pensato che sicuramente un tratto caratteristico dell’Europa e delle sue città sono gli spazi del welfare. Le città europee del ‘900 hanno una presenza capillare degli spazi del welfare (scuola, biblioteche, ospedali, parchi, ecc…). Nel 2012 l’UE ha vinto il nobel per la pace anche per le sue politiche di welfare e di redistribuzione della ricchezza, oltre che per aver garantito la pace nel continente.

La nostra ipotesi è che gli spazi del welfare siano infrastrutture pubbliche nelle quali si creano beni relazioni. Le piazze sono segni di origine della nostra città ma gli spazi del welfare sono altrettanto straordinari poiché grazie a essi si sviluppano beni relazioni e capitale sociale di reciprocità, secondo le definizioni dei sociologi. Per fare un esempio banale che chiarisca il concetto: se ho un pallone che uso nel giardino della mia villa, probabilmente mi diverto ma dal punto di vista sociale non succede niente; se invece vado con il mio pallone al parco urbano, nel giro di dieci minuti si riesce a organizzare una partita “Italia vs resto del mondo” abbastanza rapidamente. Questo è un esempio di bene relazionale, che esiste solo se c’è una relazione con gli altri. E’ fondamentale notare che i beni relazionali sono facilitati dagli spazi del welfare che vanno considerati come delle infrastrutture. Per fare un altro esempio basta pensare alle associazioni di volontariato che sono assai facilitate dall’utilizzo di spazi pubblici, senza gli spazi del welfare probabilmente farebbero molta più fatica a sopravvivere. Gli spazi del w sono dunque luoghi di profonda interazione sociale, dei quali abbiamo una ricca tradizione, che a volte ci dimentichiamo di avere. Seconda la nostra ipotesi quindi il welfare deve essere considerato un investimento, non una voce di spesa.

Per testare le nostre ipotesi abbiamo fatto delle mappe, in cui si evidenziavano gli spazi del welfare cercando di dimostrare che fossero delle risorse per la città. Non vogliamo ignorare le difficoltà di mantenere attivi gli spazi del welfare, ma mapparli è un modo per vedere le risorse che si possiedono e da cui si può ripartire. Mappare gli spazi del welfare ci ha dimostrato una cosa: molto spesso gli spazi del welfare ci sono, anche in numero abbondante, ma manca qualcosa che li tiene insieme. Abbiamo così iniziato a usare il termine “eccipienti”, che sta a indicare le sostanze per far assumere il principio attivo di una medicina. Senza eccipienti, le medicine non funzionerebbero, nonostante non centrino nulla con il principio attivo di un farmaco. Quindi, usando una metafora si può dire che in una città i principi attivi ci siano, ma che spesso manchi qualcosa che li unisca e li attiva, sembra che manchino gli eccipienti. Abbiamo dunque trovato la necessità di lavorare sugli eccipienti della città, che a volte possono essere anche interventi minimi ma fondamentali. L’errore che facciamo è guardare le diverse le polarità e non pensare a quello che c’è intorno. Pensiamo per esempio all’importanza dell’ambiente che circonda una scuola. L’entrata e l’uscita da scuola sono momenti topici della vita del bambino e/o del ragazzo: si salutano i genitori o la fidanzat*, si formano amicizie, ci si fa coraggio per entrare a scuola, ecc… E’ dunque un luogo importante ma che spesso è connotato come un luogo di marginalità. Se invece si lavora sull’interfaccia scuola/città, pensando alla scuola come un luogo centrale anche in altre ore del giorno, esso può diventare un luogo di welfare.

Per concludere, dico che bisogna essere consapevoli che il gli spazi del welfare sono un tema difficile ma fondamentale per le trasformazioni in atto, essendo un tema riguardante l’identità europea e di indispensabile importanza per la creazioni di beni relazionali all’interno delle nostre città.